Titolo: Educazione europea
Autore: Romain Gary
Editore: Neri Pozza
Anno: 2006 (edizione originale 1956, una prima versione uscì nel 1945)
Traduttore: Mario Nardi
Curiosità: nato in Lituania, esule in Francia, aviatore delle forze francesi durante la seconda guerra mondiale, l'unico scrittore a vincere due volte il Premio Goncourt
Stelle: 5 su 5
Pagine: 271
In due parole: un'adolescente si unisce alla Resistenza polacca
Janek ha 14 anni quando suo padre lo fa nascondere nella foresta, la Polonia è occupata dai nazisti, persecuzioni e sopprusi sono all'ordine del giorno, la foresta sembra un luogo sicuro. Quando il padre non torna più a trovarlo Janek si unisce ad un gruppo di partigiani, conosce la morte, incontra l'amore in Zozia, diventa un uomo, completa la sua educazione europea. Ci sono altre storie ovviamente oltre a quella di Janek e Zosia, la guerra è crudele, il nemico implacabile, a volte biosgna dimenticare la propria umanità, mettere da parte i sogni e sperare che la Russia resista a Stalingrado perché l'unica cosa che può aiutare a superare la fame, il freddo, la paura e le sconfitte è la speranza. Notevole.
Zozia aspettava. Seduta su una radice d'albero attendeva. Pensava a ciò che le aveva detto il maggiore dei fratelli Zborowski: "E' l'ultima volta". Ma lei non ci credeva. Non c'era "un'ultima volta" per soffrire, e la speranza non era che un'astuzia di Dio per incoraggiare gli uomini a sopportare nuove sofferenze. Zosia aspettava. Il tempo passava lento, l'aria era dura e fredda come il ghiaccio, i corvi gracchiavano, il cielo era livido. Si domandava perché, se le sole cose che desiderava erano amare, mangiare, essere a caldo, perché era così difficile amare in pace, non morir di fame, non morire di freddo. Era più importante conoscere la risposta a questa domanda che sapere tutte quelle cose che le ragazze della sua età imparavano a scuola: che la terra è rotonda, che gira, come si scrive correttamente chrzezczy chrzaszcz w trzcinie. Zosia aspettava. Guardava gli alberi e invidiava la loro dura scorza; pensò a Janek, e la voce di lui le risuonò nelle orecchie: "A Stalingrado gli uomini combattono perché non ci siano più guerre". Ma lei sapeva già che questo non era vero, che gli uomini non combattono mai per un'idea, ma semplicemente contro altri uomini, che la forza del soldato non è lo sdegno ma l'indifferenza, e che le vestigia delle civiltà sono e saranno sempre le rovine... [pagg. 181-182]
"C'è sempre qualcuno che li scatena", escalmò Janek con collera. "Tadek Chmura aveva ragione. In Europa abbiamo le cattedrali più antiche, le più vecchie e celebri università, ed è qui che si riceve l'educazione migliore, sembra che vengano in Europa da tutti gli angoli del mondo per istruirsi. Ma alla fine, quel che ti insegna tutta questa famosa educazione europea è come trovare il coraggio e delle buone ragioni, valide e convenienti, per ammazzare un uomo che non ti ha fatto nulla e che se ne sta seduto sul ghiaccio con i pattini e a testa chiana, aspettando la fine". [pagg. 262-263]
