domenica 17 gennaio 2016

Centomila gavette di ghiaccio

Titolo: Centomila gavette di ghiaccio
Autore: Giulio Bedeschi
Editore: Mursia
Anno: 1963
Stelle: 2 su 5
Pagine: 431
In due parole: qualche aggettivo qualificativo e qualche iperbole in meno avrebbero giovato



Giulio Bedeschi si imbarca nell'impresa di raccontare la ritirata di Russia degli Alpini e lo fa scegliendo un tono epico da lapide commemorativa. Gli alpini hanno tutti ferree volontà e altissimo senso del dovere, gli attacchi dei nemici sono sempre feroci e crudelissimi, la popolazione locale sempre materna e accogliente nei confronti degli italiani brava gente, il freddo attanaglia gli arti eccetera eccetera. Alla lunga risulta stucchevole e anche irritante, dal punto di vista stilistico meno iperboli e meno aggettivi qualificativi avrebbero giovato al racconto di una tragedia che, a mio modesto parere, proprio per la sua portata meriterebbe un tono più dimesso e rispettoso (ho bene in mente la lezione di Remarque e Rigoni Stern). L'altro elemento che mi ha sconcertato è l'assoluta mancanza di giudizio umano (se non politico e storico) nei confronti di un regime (quello fascista) che alleandosi con i nazisti portò il paese in una guerra assurda che ebbe il suo culmine nel disastro russo, quando migliaia di uomini dovettero intraprendere una ritirata massacrante in pieno inverno. La guerra è vissuta come qualcosa di ineluttabile, deve farsi, si fa, non ci si chiede perché o per cosa, l'importante è mantenere alto e intatto il proprio onore. In soli due momenti il romanzo abbandona la via dell'agiografia e presenta due sguardi nell'abisso: verso la fine del romanzo - quando il medico Serri assiste ad un tentativo di suicidio da parte di un uomo che invece sembra avere ben chiaro l'orrore della guerra in corso (siamo tutti morti, non vedi) - e alla conclusione, quando gli alpini superstiti superano in treno il confine italiano e gli viene ordinato di non affacciarsi ai finestrini, che infatti vengono chiusi, alle loro rimostranze il capotreno ribatte: "Ma vi vedete? Vi accorgete sì o no, Cristo, che fate schifo?".

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